Data: 09/02/2022 - 10/02/2022 | Teatro: Teatro Arena del Sole | Categoria: Prosa

Con il vostro irridente silenzio – Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro
9 – 10 febbraio 2022 – Sala Leo De Berardinis, Teatro Arena Del Sole

ideazione, drammaturgia e interpretazione Fabrizio Gifuni
si ringraziano Nicola Lagioia e il Salone Internazionale del Libro di Torino, Christian Raimo per la collaborazione, Francesco Biscione e Miguel Gotor per la consulenza storica

Dopo aver lavorato sui testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini, riannodando una lacerante antibiografia della nazione, Fabrizio Gifuni si confronta ora con lo scritto più scabro della storia d’Italia: il j’accuse del presidente della Dc sequestrato nel 1978 e condannato a morte dalle Brigate Rosse, le parole incandescenti e straziate di Aldo Moro.

Durante la prigionia Moro parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa, si congeda. Moltiplica le parole su carta: appunta a mano, su fogli di bloc-notes forniti dai suoi carcerieri. Si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie.
E insieme alle lettere compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto memoriale – partendo dalle domande poste dai suoi sequestratori.

Le lettere scandiscono i 55 giorni del sequestro, sono le ultime parole di Moro: un fiume inarrestabile, che si cercò subito di arginare, silenziare, mistificare, irridere.
Moro non è Moro, veniva detto.
Tutta la stampa, in modo pressoché unanime, martellò l’opinione pubblica tentando di sconfessare le sue parole, mentre lui urlava dal carcere il proprio sdegno per quest’ulteriore crudele tortura. «È vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Perché non mi credete? Chi vi suggerisce di non credermi? Amici, non vi lasciate ingannare. Vi supplico in nome di Dio».

Ne emerge un Moro lontano dall’immaginario comune, che nella prigionia tocca un’infinita sfaccettatura di emozioni: dall’abbandono alla delusione, dalla rabbia all’invettiva fino alla collera.
A distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato.
Poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle.
I corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura tornano però periodicamente a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre.
Quello di Gifuni è un lavoro di memoria, storica ed emotiva. Non interpreta ma si fa abitare dalle parole in un tesissimo corpo a corpo con il testo e con il pubblico, a cui è impossibile sottrarsi.

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