Giordani Gian Luigi ed il progetto di Palazzo Minerva

La progettazione di Palazzo Minerva risale al 1933 e viene attribuita all’Architetto Gian Luigi Giordani (Bologna 1909 – Rovereto 1979). La struttura è caratterizzata da linee di compattezza e solidità, tipiche dell’epoca fascista in cui si sviluppa e risente molto delle intuizioni dei razionalisti italiani con la loro concezione monumentale degli edifici.

La progettazione di Palazzo Minerva rientra tra i primi incarichi dell’architetto Giordani. I suoi primi lavori infatti sono legati all’edilizia pubblica e si riferiscono alla più tipica istituzione del regime fascista, la cosiddetta “casa del fascio”. Nel complesso delle nuove tipologie edilizie create dal fascismo, come i luoghi delle organizzazioni a carattere assistenziale e i palazzi delle corporazioni (che secondo alcuni critici in quegli anni venivano considerate per i giovani “le più importanti occasioni progettuali”), la Casa del Fascio riveste un ruolo particolare riassumendo in sè tutti i connotati caratteristici della propaganda del regime. A quell’epoca la mancanza di modelli di riferimento consentì al Giordani la sperimentazione di un complesso architettonico che derivava dalla sua sola espressività progettuale.

Oltre alla Casa del Fascio di Minerbio Giordani realizzerà, nel corso degli anni trenta, due Case del fascio in Romagna. Le tre opere malgrado rientrassero nel medesimo tipo edilizio presentavano specificità estremamente diverse in cui risulta quale decisiva discriminante l’appartenenza al luogo. La prima infatti (Casa del Fascio di Minerbio) inserita nella campagna bolognese s’integrava nel contesto utilizzando una volumetria proporzionata agli edifici circostanti in cui si evidenziavano come unici interventi decorativi contrasti di colore rosso e ocra che mettevano in relazione piani e volumi nonché il marmo bianco per le cornici e i balconcini.

L’ideologia fascista degli anni ’30 influenzò molti settori della cultura e in particolare l’architettura che ne divenne uno dei principali strumenti di diffusione e di esaltazione. In questo periodo gli edifici più rappresentativi, perché costituivano l’immagine dello stato fascista, erano quelli destinati alle sedi dell’organizzazione del regime, la cui massima rappresentatività era data dalla casa del fascio con l’immancabile torre littoria. Ogni piazza d’Italia infatti e ogni amministrazione locale esigeva il suo palazzotto con la torre littoria e ne vennero costruiti a centinaia imitando e banalizzando sia i modelli razionalisti che quelli di gusto monumentale.

In genere i grandi edifici rappresentativi hanno un difficile rapporto con la preesistente struttura urbana, nella maggior parte dei casi non si fece nessuno sforzo per un corretto inserimento dei nuovi edifici che vennero, invece prepotentemente collocati nel vuoto creato da demolizioni e sventramenti. Ne è un chiaro esempio la casa del fascio di Minerbio che venne inserita in una struttura urbana di carattere medievale. Nel centro di Minerbio in angolo Piazza Cesare Battisti e Via Roma, sorgevano due stabili, una casa colonica ed una casa privata, di proprietà di Luigi Rossi, ceduti in seguito alla congregazione della carità di Minerbio. Quest’ultima affidò ad un suo tecnico, l’ingegnere Umberto Romano, l’incarico di realizzare il progetto originario che prevedeva la demolizione e la ricostruzione di parte degli stabili ed il riadattamento della restante parte.Il 28 luglio del ’33, dopo l’acquisto da parte del fascio dei due immobili, il Podestà determinò di approvare il progetto compilato dall’arch. Gian Luigi Giordani e dall’ing. Alfredo Barbieri, nella somma complessiva di 190,000 lire, per la trasformazione degli immobili in casa del fascio..

Da questo momento in poi iniziarono i lavori di costruzione che, il 9 agosto 1933, vennero dati in appalto alla Cooperativa Muratori Ex-Combattenti di Minerbio. In seguito ai lavori di demolizione, gli infissi dei vecchi edifici vennero venduti a tale cooperativa. Necessitando la presenza di un assistente ai lavori, specialmente per lavori in cemento armato, l’11 ottobre 1933 venne nominato capomastro-muratore il sig. Pancaldi Giuseppe. I lavori si protrassero fino al 1934 poiché il Duce non visitò mai Minerbio e vennero dichiarati finiti il 25 aprile. II 5 giugno dello stesso anno furono liquidati i lavori; il tribunale di Bologna dichiarò il fallimento della cooperativa Muratori Ex-Combattenti e nominò come suo curatore il ragioniere Marcello Mariani. L’8 luglio il Comune notificò a Mariani difetti di una certa entità ed alcune omissioni verificatesi nei lavori della cooperativa.

Successivamente il giudice delegato al fallimento prospettò l’opportunità di fare eseguire subito il collaudo dei lavori più urgenti al fine di ovviare ai difetti suddetti e di evitare notevoli spese. Tale collaudo avrebbe dovuto avere un anticipo di sei mesi sulla data stabilita e la spesa che avrebbe comportato sarebbe dovuta essere a carico della cooperativa appaltatrice. Ma in ottobre ci si rese conto che era impossibile eseguire il collaudo definitivo dei lavori in anticipo e quindi si optò per un collaudo provvisorio, rimandando l’effettuazione di quello definitivo. A questo proposito fu nominato collaudatore dei lavori l’ing. Emanuele Tornani e si stabilì che il rag.Mariani avrebbe dovuto assistere,di persona o a mezzo di incaricato di fiducia, alle operazioni di collaudo.

Essendosi reso conto delle gravi condizioni dello stabile,l’ing.Tornani dichiarò che l’opera non era collaudabile e che era necessario eseguire i lavori più urgenti nell’arco di tre giorni, affidandone nuovamente alla cooperativa l’esecuzione che, però, non avvenne mai. Solo il 7 novembre 1934 vennero stabilite le modalità per la cessione in affitto ad altri del salone allestito per l’organizzazione di pubblici spettacoli. Il 12 novembre il Podestà determinò di affidare alla ditta Zenone Soave e figli (specializzata in lavori di asfaltatura) il lavoro di asfaltatura della terrazza, con spesa a carico della cooperativa appaltatrice. Solo nel 1942, dopo un periodo di disinteressamento per la casa del fascio, venne approvato un nuovo progetto del Geometra Cesare Golfiere, tecnico comunale, per la copertura della terrazza incaricandone l’esecuzione alla ditta Gombi Enrico di Minerbio.

Con la caduta del fascismo, la Casa del Fascio divenne casa del Popolo e il Salone per le conferenze fu trasformato in Salone del Cinema- teatro “Minerva”.

Il 4 aprile 1954 vennero approvati i lavori interessanti in modo speciale il cinema teatro, che vennero affidati alla cooperativa Muratori di Minerbio.

Da allora l’edificio non ha più subito modifiche ed ha continuato ad essere utilizzato come cinema.

Fu quindi chiuso per la precarietà delle strutture e solo nel 1995 ebbero inizio i lavori di ristrutturazione su progetto degli architetti Francesco Giovannini e Marco Ventura.

RELAZIONE DESCRITTIVA

L’edificio non presenta elementi di particolare valore architettonico dal momento che deriva dal semplice riadattamento di una vecchia casa colonica della quale conserva sostanzialmente la struttura originaria.

L’edificio ha subito una serie di modifiche,attuate nel corso degli anni,interessanti in modo particolare la struttura interna del locale adibito a cinema ed i prospetti che si affacciano su via Roma e piazza C. Battisti. Dalla ricerca storica si ritrova un primo progetto,datato febbraio 1933 (unico progetto depositato in Comune a Minerbio) e firmato dall’ing.Umberto Romano,di cui forniamo documentazione,al quale,però,non è seguita una realizzazione se non in alcune dimensioni planimetriche di massima. Si desume così che lo stato attuale derivi da un ulteriore progetto (di cui non si ha alcuna documentazione),approvato e comunque eseguito entro il 1934, e da una variante strutturale sostanziale, databile attorno agli anni ’40. Il progetto depositato presenta caratteri architettonici che si ricollegano all’architettura del periodo fascista. Gli elementi visibili nelle facciate sono quelli che maggiormente si riscontrano negli edifici di questo periodo; si può notare, infatti, la compresenza di elementi decorativi “classici”, quali l’uso di colonne, archi a tutto sesto, bugnato sulle due facciate principali, e di elementi facenti parte della simbologia dell’apparato propagandistico del regime, quali torri e fasci littorii, aquile, impiego del marmo, simmetria strutturale, ecc…

D’altra parte il ricorso agli elementi classici ebbe inizialmente carattere disinvolto per poi tramutarsi in grammatica degli archi e dei pilastri di ordine gigante, disinteressandosi così della funzionalità e dunque declinando il classicismo in senso retorico e magniloquente. La facciata antistante via Roma è impreziosita da un doppio ordine di cui il primo è costituito esclusivamente da cinque archi a tutto sesto, poggianti su fusti di colonne, mentre il secondo da finestre di ordine gigante sovrastate da aquile imperiali. Altro elemento caratteristico è il portale centrale non in linea con la facciata e sporgente, rispetto a quest’ultima, di circa un metro.

Immancabili il balconcino sovrastante il portone d’accesso e la scritta in lingua latina “Decima Legio”, posta nella parte centrale del cornicione che, grazie alle sue notevoli dimensioni» conferisce profondità e priorità a questa parte dell’edificio e cela il retrostante tetto. Infine, sulla destra dell’edificio, si innalza la torre littoria con funzione anche di campanile, per unire estetismo a funzionalità.Le uniche varianti presenti nella facciata antistante piazza C. Battisti sono il semirosone sovrastante il portale di accesso e le due finestre rettangolari al piano terra. La pianta è suddivisa in due parti: una destinata a servizi ed uffici, l’altra costituita da una grande sala per riunioni o manifestazioni.

Tale disposizione si ripete analogamente al primo e al secondo piano, da dove inizia ad erigersi la torre littoria.

Dall’Archivio di Nanni Francesco:
Tesina di Storia dell’architettura e dell’urbanistica (prof. Giuliano Gresleri) a titolo “Casa del Fascio a Minerbio, 1933”, di I.Bajesi, F.Barone, A.Braga, G.Croci, G.Farinelli



Via Roma, 2 - Minerbio

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